Le nostre 7 proposte
Sintesi mozione
“La Cgil che vogliamo”
Troppo spesso alla percezione di fragilità esterna si è risposto
con tentazioni autocelebrative, conformismo e asfissia
della discussione tra noi, contribuendo così a consolidare
un’immagine e un vissuto di organizzazione chiusa e burocratizzata,
governata da una sorta di patto di non belligeranza
tra leaderships in carica e aspiranti alle medesime.
Non c’è futuro per un’organizzazione di massa che non viva
la democrazia come una risorsa positiva e non come un
ostacolo.
Alla CGIL serve oggi libertà di discussione, confronto, una
continua circolazione di idee, serve un massiccio ricambio di
genere e di generazioni che sconvolga gli incrostati assetti di
potere, servono porte e finestre aperte grazie alle quali la domanda
delle persone che vogliamo rappresentare si trasformi
in proposte e battaglie per nuovi e vecchi diritti.
La crisi finanziaria, economica e produttiva, la progressiva
svalorizzazione del lavoro, la continua messa in discussione
dei diritti di cittadinanza, la netta riduzione dei gradi di democrazia
e libertà mostrano l’urgenza della ridefinizione di un
sindacato confederale forte, autorevole, rappresentativo.
La nostra idea di confederalità è fondata su un progetto di
trasformazione della società che fa del principio di uguaglianza
e solidarietà, della partecipazione e della democrazia, dei
valori sociali e civili della nostra Costituzione, dell’obiettivo
della costruzione di un vero spazio sociale europeo basato
sull’affermazione dei diritti sociali e del lavoro, l’orizzonte di
riferimento.
Sono queste le premesse per un rilancio della confederalità, non
più come una sorta di istanza gerarchica superiore ma come
una politica e una prassi democratica, che deve vivere concretamente
a partire dal territorio, dal coinvolgimento dei delegati,
su obiettivi sociali precisi, su una sintesi più compiuta degli interessi
generali del mondo del lavoro, spostando a tal fine risorse
e poteri verso i livelli decentrati di categoria e confederali.
Si rende indispensabile una forte innovazione nei processi
di formazione delle decisioni che devono rispondere a due
criteri fondamentali: una reale collegialità, come segno vero
di democrazia e modernità, in assoluta controtendenza rispetto
al plebiscitarismo ed al leaderismo oggi imperanti e un
rigoroso rispetto delle regole interne della vita democratica
dell’organizzazione.
Il gruppo dirigente attuale , che appartiene mediamente alla
stessa generazione, deve saper dunque costruire rapidamente
le condizioni per un deciso ricambio di genere,di
generazione, di pluralismo etnico.
I giovani non incontrano il sindacato o lo percepiscono come
un corpo estraneo,non ne riconoscono il ruolo, molto spesso
perché non lo riconoscono, altre volte perché il sindacato
è lontano, fisicamente e idealmente, dalla loro dimensione
lavorativa e esistenziale.
Non crediamo che sia sufficiente scrivere la parola giovani sui
nostri manifesti e nei nostri documenti, firmando poi accordi
che di loro si occupano poco e male, relegandoli in “riserve
indiane” o in organizzazioni di precari. Troppo poco si fa per
allargare un sistema di tutele volto all’inclusione dei soggetti
più deboli e all’estensione dei diritti di cittadinanza, come
il diritto all’abitare, alla mobilità, al sostegno per le giovani
coppie.
E’ per questo che la CGIL deve lanciare una grande campagna
di iscrizione di massa dei giovani lavoratori precari e
discontinui alle singole categorie di riferimento.
Per la CGIL che vogliamo occorrono
discontinuità,cambiamento, innovazione.
Occorre dunque invertire la percezione collettiva: il mondo
del lavoro, la società, le nuove generazioni devono poter
guardare a noi non come a un problema, ma come alla più
efficace delle soluzioni.
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Una politica economica e sociale
che faccia della redistribuzione
della richezza e della lotta alla
disoccupazione le leve per uscire dalla
crisi.
La crisi globale è l’epilogo di un lungo periodo dominato dal
pensiero unico neoliberista,di sviluppo fondato sulla crescita
delle disuguaglianze sociali, sulla compressione dei diritti
individuali e collettivi e su un modello di consumi affidato
all’incremento dell’indebitamento delle famiglie piuttosto che
alla crescita delle retribuzioni.
L’obiettivo del cambiamento degli equilibri sociali a favore del
mondo del lavoro è oggi,invece, uno strumento fondamentale
per uscire dalla crisi con un nuovo modello sociale fondato
sulla coesione, la solidarietà e l’uguaglianza data dall’universalità
dei diritti.
Va rivendicata una politica economica che anziché sul taglio
di diritti del costo del lavoro, punti a competere sull’innovazione,
la ricerca e la tecnologia,la scuola e la formazione, il
rispetto e la valorizzazione dell’ambiente. Occorrono investimenti
pubblici nelle nuove tecnologie, nella mobilità sostenibile
e nel risanamento ambientale respingendo il ritorno al
passato dell’energia nucleare. Bisogna dire no alla politica
di nuove grandi opere inutili e faraoniche, a partire dal ponte
sullo stretto di Messina, e invece rivendicare e riconquistare
il lavoro diffuso, quello per strade scuole ospedali ferrovie,
promosso dagli Enti Locali. Occorre un grande programma
di investimenti a favore della scuola pubblica e per il diritto
allo studio.
Vanno difesi e sviluppati i sistemi pubblici di formazione, previdenza
e sanità.
Bisogna conquistare nuove politiche pubbliche fondate sulla
difesa dell’accesso libero ed eguale ai beni comuni fondamentali
dall’acqua, all’energia, all’istruzione, alla sanità.
Occorre una riforma fiscale a favore dei redditi da lavoro
dipendente e da pensione, che combatta davvero l’evasione
fiscale e contributiva e che tocchi la finanza, i patrimoni e le
ricchezze reali.
Il lavoro pubblico va finalizzato al benessere delle persone.
La CGIL si deve impegnare a definire una nuova frontiera
per una riforma generale del rapporto di lavoro dei lavoratori
pubblici che abbia al centro un sistema contrattuale che
riunifichi il lavoro pubblico con quello privato e che riconnetta
chi lavora per produrre diritti con i soggetti portatori
di questi diritti. A questo scopo la CGIL, oltre a contrastare
con la mobilitazione sindacale e l’azione nei posti di lavoro la
controriforma Brunetta, insieme ad altri soggetti e movimenti
promuoverà una legge di iniziativa popolare per una vera
riforma del lavoro pubblico.
Chi pensa di salvare il Nord abbandonando il Mezzogiorno,
in realtà distrugge il futuro di tutti. L’Italia non si salva a pezzi.
Nel Mezzogiorno occorre accompagnare un programma di
investimenti e di lotta alla disoccupazione con il contrasto
alla corruzione ed alle mafie. Lo sviluppo economico sociale
e civile del Mezzogiorno è condizione per la ripresa economica
di tutta l’Italia.
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La lotta alla precarizzazione e alla
riduzione dei diritti e delle libertà delle
lavoratrici e dei lavoratori.
La lotta alla precarizzazione e alla riduzione dei diritti e delle
libertà delle lavoratrici e dei lavoratori.
le nostre
7 proposte
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Vanno semplificati e riunificati i canali di accesso al lavoro,
ripristinando la centralità del rapporto di lavoro a tempo
indeterminato, ( e per questo va superata la legge 30) senza
distinzione di tipologia o dimensione aziendale nell’esercizio
di tutti i diritti previsti dallo Statuto dei Lavoratori, a partire
dall’art. 18.
Vanno ricondotti a fattispecie circoscritte e definite i contratti
a termine, mentre vanno superate tutte le altre forme di accesso
quali le collaborazioni a monocommittenza e i contratti
a somministrazione.
Va fortemente limitato sia l’utilizzo del lavoro supplementare
che delle clausole elastiche nel part time
Vanno contrastate le pratiche di ricorso agli appalti al massimo
ribasso.
Nel caso di esternalizzazione dei servizi sia in attività pubbliche
(a partire da quelli alla persona) che private,, è necessario
garantire parità di trattamento a parità di mansioni svolte
tra lavoratori dipendenti e quello in appalto.
Bisogna ridefinire un sistema di controllo , trasparenza e
legalità dell’incontro domanda offerta che è diventato in molti
casi oggetto di clientelismo e discriminazione nel rapporto tra
agenzie e imprese, da cui non sono sempre esenti le stesse
organizzazioni sindacali.
La lotta al lavoro nero ed al supersfruttamento deve diventare
impegno centrale del sindacato e di tutte le istituzioni superando
la deregolazione e deresponsabilizzazione affermatesi
in questi anni. La tutela della salute e della sicurezza del
lavoro devono essere la priorità assoluta. Il diritto al lavoro
non può essere messo in alternativa ai diritti nel lavoro.
Le lavoratrici ed i lavoratori migranti hanno diritto alla piena
parità ed alla piena cittadinanza superando le vergognose
discriminazioni ed i ricatti sul permesso di soggiorno che
alimentano supersfruttamento e lavoro nero.
Nell’immediato bisogna bloccare i licenziamenti sia nel sistema
privato che in quello pubblico, generalizzando l’utilizzo
dei contratti di solidarietà.
Gli ammortizzatori sociali devono avere carattere universale e
vanno pertanto estesi a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori
senza distinzione e senza legami con la bilateralità. Va superato
il massimale attualmente previsto per la CIG perché si
arrivi all’80% della retribuzione e ne va raddoppiata la durata.
Va inoltre ridefinito un Reddito Minimo o Salario sociale, sul
modello di altri paesi europei, al quale alcune regioni si sono
già ispirate.
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La fine delle compatibilità definite dal
governo nelle rivendicazioni salariali.
Il modello contrattuale frutto dell’accordo separato del 22
gennaio 2009 non può essere soggetto a semplici aggiustamenti,
ma va sconfitto. Bisogna respingere il ritorno alle gabbie
salariali, al cottimo, al salario discriminatorio, riaffermando
il principio per cui a pari lavoro pari salario.
Vanno ricostruite la piena autonomia e libertà di contrattazione
sia nei contratti nazionali, che a livello d’impresa. Nel
lavoro pubblico e in quello privato, oggi crescono l’autoritarismo
e la spinta delle imprese alla pura individualizzazione del
rapporto di lavoro e alla messa in competizione estrema delle
lavoratrici e dei lavoratori gli uni contro gli altri. Per questo
bisogna difendere ed estendere la contrattazione collettiva
fondata sulla solidarietà.
Occorre un sistema contrattuale che non ponga vincoli alla
possibilità dell’incremento delle retribuzioni reali nei contratti
nazionali ed alla libertà di contrattare nell’impresa tutti gli
aspetti della condizione di lavoro.
Questa strategia e pratica contrattuale, anche al fine di
non lasciare esposti i lavoratori dei settori più deboli privi di
sufficiente forza rivendicativa, consentirà di riconquistare un
nuovo sistema contrattuale condiviso, per lavoratori pubblici
e privati, non centralistico e ingessato, capace di adattarsi
alle diverse situazioni e di avere nel contempo regole comuni
certe ed esigibili.
Elemento centrale di questo nuovo sistema dovrà essere una
decisa riduzione della durata del Contratto Nazionale nella
le nostre 7 proposte la parte salariale. La triennalizzazione prevista dall’accordo del 22 gennaio, in assenza di qualsiasi meccanismo di recupero
dell’inflazione reale, soprattutto alla luce di così grandi incertezze
del ciclo economico globale e dunque degli andamenti
dell’inflazione programma una riduzione del potere d’acquisto
delle retribuzioni.
Per quanto riguarda infine le pensioni in essere,vanno incrementate
quelle più basse, a partire da quelle da lavoro dipendente,
va rivendicato per tutte l’adeguamento reale al costo
della vita e un riferimento all’incremento delle retribuzioni.
Va sostenuto il reddito dei pensionati anche attraverso una
vertenzialità diffusa a livello territoriale per adeguate politiche
sociali e di sostegno (servizi, politiche tariffarie ecc). Va inoltre
rivendicato un forte rifinanziamento del fondo nazionale per
la non autosufficienza,alimentato dalla fiscalità generale,
anche con tassa di scopo;tale fondo deve garantire a coloro
che hanno bisogni e requisiti le necessarie risposte in termini
di sostegno economico e/o di servizi, la cui offerta dovrà
essere organizzata dagli Enti Locali.
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Tutta l’azione sindacale dev’essere
fondata sula democrazia, cioè sul
diritto delle lavoratrici e dei lavoratori
a scegliere chi li rappresenta e a
decidere con il voto segreto sule
piattaforme e sugli accordi.
La conquista di una piena democrazia sindacale che sviluppi
una reale partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, delle
pensionate e dei pensionati, a tutte le scelte dell’organizzazione
sindacale, è la condizione di premessa per l’unità.
Che, così concepita, è strumento indispensabile per tutte le
lotte del mondo del lavoro. La pratica degli accordi separati
e la scelta di CISL e UIL di rifiutare il voto delle lavoratrici e
dei lavoratori su piattaforme ed accordi hanno messo in crisi
l’unità. La sua ricostruzione passa ora anche attraverso una
legge che garantisca al mondo del lavoro il diritto alla democrazia
sindacale.
Va riconosciuta per via legislativa l’ efficacia erga omnes dei
Contratti Nazionali di Categoria, validati da criteri oggettivi di
misurazione della rappresentanza delle OO.SS. firmatarie e
dal referendum delle lavoratrici e dei lavoratori interessati.
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La contrattazione a tutti i livelli,
fondata sula democrazia, dev’essere la
pratica prioritaria dell’organizzazione.
La CGIL dev’essere lo strumento di organizzazione sociale,
di rivendicazione e di lotta di tutto il mondo del lavoro, così
come esso è diventato oggi. Per questo la CGIL dev’essere
ancor più, ma in alcuni casi ridiventare, il sindacato che sta
dentro il mondo del lavoro e contratta.
Il modello sindacale fondato sulla contrattazione è oggi
alternativo a quello fondato sul servizio assistenziale governato
dagli enti bilaterali. Contrattare significa abbandonare
ogni forma di centralizzazione e controllo dall’alto dell’azione
sindacale. Significa sviluppare una vertenzialità diffusa che si
misuri con le diverse condizioni sociali e di libertà del mondo
del lavoro.
Nella crisi dell’unità sindacale la CGIL deve essere in grado
di costruire ovunque pratiche sociali e vertenze anche in
assenza di piattaforme unitarie. Questo richiede una pratica
della democrazia ed una verifica del consenso delle lavoratrici
e dei lavoratori, che i dirigenti dell’organizzazione a tutti
i livelli devono considerare un dovere assoluto nei propri
comportamenti. Questo deve accompagnarsi al massimo
della conoscenza reale del mondo del lavoro, alla capacità
di organizzare i bisogni in rivendicazioni, vertenze, conflitto,
accordi.
Su queste basi deve avvenire la formazione e la selezione
dell’apparato e di tutte le rappresentanze della CGIL.
le nostre 7 proposte
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E’ necessario riformare l’organizzazione
per un grande processo di
sindacalizzazione del lavoro frantumato
e diffuso.
E’ necessario rafforzare la funzione contrattuale e la capacità
di iniziativa della CGIL, per sindacalizzare tutto il mondo del
lavoro diffuso, frantumato, precarizzato.
La CGIL deve quindi scegliere di riformare la propria struttura
organizzativa e conseguentemente di distribuire diversamente
le proprie risorse al fine di:
ridurre gli apparati centrali e regionali a favore della presenza
nel territorio e nei luoghi di lavoro;
accorpare le categorie in funzione dell’unificazione contrattuale
dei lavoratori, partendo dalle federazioni che hanno
come controparte immediata i settori industriali della Confindustria;
sperimentare strumenti di partecipazione dei lavoratori alle
scelte sindacali, in aggiunta alle RSU, quali delegati di reparto
e di ufficio, comitati territoriali.
Valorizzare i giovani prevedendo che nella composizione
dei comitati direttivi di ogni ordine e grado sia presente una
quota non inferiore al 20% di under 35. E’ questa la strada
per dare valore vincolante, inserendolo nel nostro statuto,
alla presenza di almeno un under 35 nelle segreterie di ogni
struttura.
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Autonomia e indipendenza nella
formazione delle decisioni e dei gruppi
dirigenti.
Va riaffermato il valore dell’autonomia e/o dell’indipendenza
e respinta ogni forma di collateralismo, anche se, per i valori
e i progetti sociali di cui è portatore, per gli interessi che
rappresenta, il sindacato confederale non può prescindere
dal rapporto esistente tra i programmi elettorali e le politiche
degli schieramenti politici e gli interessi della sua area di
rappresentanza. L’autonomia e/o indipendenza non significa
in alcun modo indifferenza.
Significa invece stare in campo con l’autonomia della nostra
proposta strategica di cambiamento e trasformazione della
società.
Questi elementi fondanti dell’autonomia e della indipendenza
della CGIL devono vivere anche nella vita democratica
dell’organizzazione. Ciò significa rafforzare le regole dell’incompatibilità
e costruire pratiche di selezione democratica
dei dirigenti che escludano la cooptazione dall’alto e favoriscano
il rinnovamento e l’accesso diffuso ai ruoli di direzione.
Scardinare cooptazioni e conformismi è davvero una priorità
per una differente qualità della democrazia interna alla nostra
Organizzazione e nella democrazia che vogliamo i rappresentati
devono essere più importanti dei rappresentanti.
Occorre aprire una grande e libera discussione sulle forme
i modi di coinvolgimento dei nostri iscritti nei processi
di formazione delle decisioni e nella formazione stessa dei
gruppi dirigenti, non escludendo il ricorso alle primarie tra gli
strumenti di consultazione generalizzata degli iscritti.
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